Perle di Tahiti: l'estate in cui la Polinesia ha stretto i controlli

Nell’estate del 2014 la Polinesia francese ha avviato su due fronti la ripresa in mano della propria filiera perlifera: un progetto di legge del Paese davanti all’Assemblea e una stretta doganale all’aeroporto di Faa’a. Un unico obiettivo: prosciugare la circolazione irregolare delle perle per far risalire le loro quotazioni.

Un progetto di legge davanti all’Assemblea della Polinesia francese

Il ministro delle Risorse marine, incaricato della promozione della perlicoltura, ha presentato un progetto di legge del Paese all’Assemblea della Polinesia francese. Il testo si inseriva in un piano di riorganizzazione generale del settore, avviato di concerto con gli operatori, e puntava a dispositivi di controllo più ampi e più rigorosi: ridurre progressivamente la quantità di perle in circolazione fraudolenta e consentire così la risalita delle quotazioni della perla coltivata di Tahiti.

Rispetto alla situazione di allora, le novità riguardavano sei punti:

  • il controllo di qualità reso obbligatorio per l’intera produzione perlifera, prima di qualsiasi commercializzazione;
  • la regolamentazione delle deleghe conferite dai perlicoltori al momento del deposito e del ritiro delle loro perle;
  • l’obbligo di dichiarare peso, numero e prezzo di vendita dei lotti, sul mercato locale come all’esportazione;
  • il controllo di qualità esteso ai gioielli con più di cinque perle;
  • sanzioni amministrative fino al ritiro definitivo della tessera di produttore e di negoziante;
  • il rafforzamento delle disposizioni penali.

Il secondo fronte: l’aeroporto di Faa’a

In parallelo, il ministro ha partecipato a una riunione di lavoro all’aeroporto di Tahiti Faa’a, al fianco del direttore dello scalo, dell’aviazione civile, del responsabile della sicurezza e della direzione doganale. La posta in gioco: controllare più efficacemente le esportazioni e tagliare corto con le uscite fraudolente di perle.

Due le misure adottate:

  • individuare e segnalare sistematicamente tutti i bagagli contenenti perle di Tahiti, in stiva come in cabina; le perle di provenienza irregolare dovevano essere confiscate e le persone sanzionate;
  • installare diverse macchine a raggi X supplementari al controllo dei bagagli a mano e aumentare gli organici doganali, per rafforzare l’individuazione.

A monte e a valle: una stessa logica di tracciabilità

I due versanti si rispondevano. Il progetto di legge agiva a monte, al momento del controllo prima della commercializzazione e attraverso l’obbligo, per perlicoltori e negozianti, di trasmettere al Servizio della perlicoltura i dati delle loro vendite. Il dispositivo aeroportuale agiva a valle, all’ultimo punto di passaggio prima dell’esportazione. Insieme disegnavano una catena continua di tracciabilità, dall’allevamento perlifero al banco del rivenditore straniero.

L’intento era economico quanto regolamentare: eliminando le perle che sfuggivano al controllo, la Polinesia cercava di far risalire la quotazione della sua perla nera, e di permettere ai perlicoltori di vivere meglio del proprio lavoro.

Che cosa ci dice del mestiere

Per chi acquista perle di Tahiti, questo episodio illumina una realtà semplice: il valore di una perla dipende tanto dalla sua qualità quanto dalla solidità della filiera che la produce. Un mercato in cui circolano lotti non controllati è un mercato in cui il prezzo crolla e in cui l’acquirente non sa più che cosa sta pagando. È per questo che la Maison si reca di persona sul posto e lavora con produttori identificati: la tracciabilità non è una formalità amministrativa, è ciò che dà alla perla il suo prezzo.

Nota di contesto. Questi due dossier sono stati presentati nel luglio 2014. Questo articolo li riunisce e li restituisce così come furono riportati all’epoca; non pregiudica i testi infine adottati né la loro applicazione da allora.