Le nostre perle: la scelta della rarità
Le perle non barano: sono una materia vera e naturale. Quando noi (la Maison Gemperles) affermiamo che ogni perla è unica, non è pura retorica, ma la verità assoluta.
Meglio ancora, questa semplice verità è confermata da un occhio esperto che, giorno dopo giorno, seleziona centinaia se non migliaia di perle.
Le diverse varietà di molluschi contengono pigmenti dai colori variegati. La perla di Tahiti, per esempio, possiede un’infinità di colori: dal giallo pompelmo al grigio chiaro, dal grigio topo al grigio perla, dall’antracite al grigio scuro con riflessi blu metallici, color pavone o melanzana.
Nessuna tonalità è più bella di un’altra, è solo questione di gusto. I fili devono essere abbinati in modo armonioso, con perle della stessa tonalità oppure in gradazione dal chiaro allo scuro, e perché no, multicolori?
Tuttavia, molte collane proposte sul mercato non rispondono a questi criteri. Se l’armonia dell’abbinamento viene meno, il risultato è un insieme anarchico di forme e colori sgraziati, dalla lucentezza disomogenea.
Se la bellezza è un criterio soggettivo, solo l’oggettività, fondata su criteri molto rigorosi, deve intervenire nella valutazione della qualità e quindi del valore.
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Il Pearl Science Laboratory, a Tokyo, esamina le collane Akoya una per una. Quando il filo intero riunisce tutte le sue condizioni, riceve un nome: Hanadama, il fiore di perla. Che cosa misura questo certificato, e perché la Maison ha scelto di proporlo.
Un fuoco acceso davanti alla Camera di commercio di Kobe, quasi un secolo fa, per difendere una parola. E da noi, una lampada radente, un vassoio, e migliaia di perle che bisogna avere il coraggio di rifiutare.
Nel 1920, l’uomo che vendeva più perle al mondo non era né Cartier, né Van Cleef, né Boucheron. Ritratto di un mercante di rue La Fayette che la perla coltivata ha travolto, e che la Francia ha dimenticato.
Trovata da un tuffatore nella baia di Panama, portata da cinque regine di Spagna, donata da Richard Burton a Elizabeth Taylor: quattro secoli e mezzo di una perla che non ha mai smesso di cambiare mani.
« Il mio stile è la mia firma »: Suzanne Belperron non ha mai inciso il suo nome sui suoi gioielli. Eppure si riconoscono al primo sguardo, e il mercato li paga oggi come opere d’arte.
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