Lusso ed etica
La questione dell’etica è eterna. Il lusso è etico o no a seconda della lettura che ne danno le società, ma resta neutro in sé: se crea dipendenza (come la moda), non è più lusso. E se è pura ostentazione (uno yacht pretenzioso ormeggiato a Saint-Tropez o a Portofino), non è più lusso.
Per noi, dunque, il lusso è raffinatezza e non ostentazione, comunicazione e non proclamazione. Esce quindi dal dominio dell’avere (possesso, accumulazione, schiavitù dell’oggetto) per raggiungere il dominio dell’essere, per sé (sogni) come nei confronti degli altri (riconoscimento, stima).
In queste condizioni, svolge un ruolo etico fondamentale: quello della pacificazione della società. In ciò che è lusso, l’uomo non sfugge al desiderio triangolare caro a René Girard, perché questo è consustanziale all’essere umano.
Sfugge invece alla drammatica conseguenza sociale del desiderio triangolare: la crisi mimetica. Una società in cui il lusso si democratizza è una società che si pacifica.
L’altro aspetto etico del lusso riguarda il rispetto dell’uomo e del suo lavoro. Nel quadro della globalizzazione, ci si preoccupa del benessere di coloro che, nell’ombra, lavorano nei laboratori, nelle fabbriche o nelle miniere.
La condizione dei minatori del Sudafrica peserà certamente sull’immagine del diamante. Così quella degli operai delle fabbriche della Calabria, che lavorano in condizioni miserevoli per grandi nomi della moda o per marche di largo consumo. Il lusso peserà ancora di più sull’immagine dei loro prodotti.
Il rispetto del lusso per i suoi artigiani, come il suo rifiuto della delocalizzazione, lo mette al riparo da queste derive.
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