Storia di un perlicoltore

Spiagge sontuose, una sabbia bianca immacolata, palme da cocco che si piegano volentieri verso il mare e una laguna che si diverte a cambiare colore in mille sfumature… ci troviamo in uno dei tanti atolli dell’arcipelago delle Tuamotu, a circa 360 km da Papeete, nella Polinesia francese.

Alfred Lau e sua moglie, perlicoltori, vivono in questo paradiso già minacciato. Da vent’anni gestiscono la loro fattoria perlifera e ne ricavano la maggior parte del reddito. Con l’aiuto dei due figli e di qualche dipendente, conducono l’allevamento con mano sicura: allevamento delle ostriche, estrazione delle perle, cernita e assortimento, e infine ideazione e montaggio dei gioielli.

Eppure il loro mestiere, il loro modo di vivere sono ormai in pericolo… Questa famiglia, come molte altre, paga il prezzo di una nuova concorrenza che sfugge a qualsiasi controllo.

Ogni tre mesi Alfred si reca a Papeete per consegnare la sua produzione di perle di Tahiti. La cede al GIE Poe Rava Nui, un consorzio che riunisce 450 perlicoltori. Il consorzio si occupa della classificazione delle perle, della loro perizia e infine della commercializzazione… Il suo direttore, Alfred Martin, non smette di protestare contro il crollo dei prezzi che da diversi anni colpisce i mercati mondiali.

« Sono gli acquirenti professionali i responsabili: non tengono abbastanza conto del costo di produzione delle perle di Tahiti. »

Colgono sempre più spesso le occasioni offerte da alcuni produttori in difficoltà, pronti a cedere il proprio raccolto a qualunque prezzo.

Per dare un’idea: al perlicoltore occorrono 1000 franchi CFP per produrre un grammo di perle. Nel solo 2007, un grammo di perle si negoziava a circa 12,5 euro (prezzo all’ingrosso).  Se a questo si aggiungono i numerosi intermediari, il margine resta esiguo per i perlicoltori degli atolli, fortemente dipendenti dagli imprevisti naturali del raccolto.

Il ciclo di produzione dura circa 5 anni. Durante questi anni bisogna impiegare tecnici specializzati, chiamati innestatori. Questi professionisti della perla hanno il compito delicato di impiantare un nucleo nella gonade (la gonade è l’organo destinato alla riproduzione: quella maschile è il testicolo, quella femminile l’ovaio). Alla fine, dal 50 al 60% delle ostriche è in grado di produrre una perla cosiddetta « commerciabile ».

« Grossisti e rivenditori non lavorano nell’interesse della professione, afferma Alfred Martin. Nella loro logica, anche un piccolo profitto è accettabile ».

Sono dunque in grado di cedere lotti di perle a prezzi inferiori a quelli fissati dai gruppi di interesse economico locali.

Alcuni rivenditori rifiutano tuttavia di assumersi questa responsabilità e puntano il dito contro la sovrapproduzione, a loro avviso responsabile del calo dei prezzi.

« Da molti anni cerchiamo di limitare la produzione di perle di Tahiti… ma i perlicoltori non sono mai riusciti a mettersi d’accordo su questo punto ».

Per spiegare questa discordia, va precisato che la filiera perlifera della Polinesia francese è composta da:

-    circa 500 perlicoltori locali. Si tratta di aziende familiari di piccole dimensioni: quota di mercato 20%.

-    15 imprese a grande volume di produzione: quota di mercato 60%.

« Queste grandi imprese, in rapporto con il governo locale, sono degli squali. Non agiscono nell’interesse della nostra professione… pensano soltanto a fare profitto, senza tenere conto delle problematiche ambientali ».

Dati relativi alla Polinesia francese.

-    259 600 abitanti, censimento 2007

-    Valuta: franco CFP

-    Disoccupazione: 11,7%, anno 2006

-    Perle di Tahiti: esportazioni per 7,7 t verso Giappone, Stati Uniti ed Europa