Suzanne Belperron rifiutò di firmare i suoi gioielli per poter continuare a crearli
Parigi, novembre 1942. Bernard Herz viene arrestato nel suo ufficio, in rue de Châteaudun. Gioielliere di place Vendôme, è ebreo e socio della donna che disegnava allora i più bei gioielli di Parigi. Un viaggio di sola andata verso Drancy, poi Auschwitz. Non ne tornerà.
La sua creatrice si chiama Suzanne Belperron. Ha 42 anni, francese, cattolica, libera. Avrebbe potuto fuggire, tacere o aspettare. No: decide di rilevare la maison a proprio nome, « S. Belperron SARL », per impedire l’arianizzazione del bene.
Continua a creare per la duchessa di Windsor, Daisy Fellowes, Colette. E, alla Liberazione, restituisce tutto al figlio di Bernard, Jean Herz. La maison riapre con l’insegna « Herz-Belperron ». Perché non ha tenuto il suo nome da solo? Una frase, pronunciata quasi dieci anni prima, già nel 1933: « Il mio stile è la mia firma. » All’epoca era una scommessa professionale. Rifiuto della griffe, certezza di una giovane donna di 33 anni convinta che il suo tratto sarebbe stato riconosciuto senza bisogno di rivendicarlo.
Scommessa vinta: un secolo dopo, i biografi Patricia Corbett e Olivier Baroin confermano che una Belperron si identifica al primo sguardo, in qualsiasi asta, senza punzone né numero. Ma dopo il 1942, la frase cambia di senso. Rifiuto del nome come proprietà. Rifiuto del nome come appropriazione. Rifiuto che la firma di una viva ricopra quella di un morto. Belperron non ha rifiutato di firmare i suoi gioielli. Ha deciso di firmare in un altro modo.
Karl Lagerfeld, che collezionava i suoi pezzi, raccontava di aver comprato la sua prima spilla Belperron senza sapere chi l’avesse disegnata. È senza dubbio il più bell’omaggio che si possa rendere a una gioielliera: essere riconosciuta prima di essere nominata.
In un’epoca in cui il lusso vive ormai solo di griffe onnipresenti, quanto varrebbe ancora uno stile di cui nessuno saprebbe dire se appartiene a questa o a quella maison?
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